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StartRocket: la startup che farà pubblicità nello spazio

Posted by / 18 Febbraio 2019 / Categories: Advertising, Campagne Marketing / 0 Comments

E così è successo per davvero: una startup russa vuole lanciare minuscoli satelliti nell’orbita terrestre, illuminando così il cielo notturno con mirabolanti pubblicità. Sul serio. Infatti, secondo il capo del progetto, Vlad Sitnikov, head della StartUp in questione – chiamata StartRocket – questa mercificazione del cielo notturno è il prossimo passo da compiere nel mondo della pubblicità.

Infatti, StartRocket potrebbe essere la prima azienda a produrre quello che – lei stessa – chiama “display orbitale” (Orbital Display) entro il 2020, iniziando a mostrare annunci pubblicitari nel cielo notturno entro il 2021. I suoi piccoli satelliti navigheranno in orbita a un’altitudine compresa tra 400 e 500 chilometri e saranno visibili solo dalla terra, per circa sei minuti alla volta.

Come funziona il display orbitale?

Il display orbitale sembrerebbe essere formato da tanti piccoli satelliti disposti in maniera tale da riuscire a creare l’annuncio: ognuno dei satelliti, infatti, sarà dotato di una vela riflettente di oltre 10 metri di diametro. L’insieme di questi satelliti orbitanti consentirebbero alla luce solare di rifrangersi contro le vele, il tutto a un’altitudine di circa 450 chilometri. La programmazione media? Il passaggio degli annunci avverrebbe all’alba e al tramonto, con una ripetizione di questi tre o quattro volte, per un’area visibile di 50 chilometri.

La compagnia russa mantiene il massimo riserbo sui costi di una simile operazione: infatti, non ha per ora fatto sapere nulla rispetto a quanto potrebbe costare una pubblicità spaziale, ma sicuramente i big brand e i colossi universali del commercio si stanno già fregando le mani.

Solo advertising?

Advertising? Non solamente. Infatti, questo rivoluzionario sistema non servirebbe solamente a trasmettere pubblicità: immaginiamo, in un domani poi non così fantascientifico, un’emergenza catastrofica. Il sistema satellitare di rifrazione potrebbe così notificare informazioni e messaggi da parte di enti governativi e sistemi di emergenza. Questa, almeno, è la linea difesa su cui la start-up russa gioca, dal momento che l’operazione ha suscitato non poche obiezioni.

C’è chi dice no:

L’astronomo americano John Barentine sostiene che “avviare progetti artistici come questo senza alcun valore commerciale, scientifico o di sicurezza nazionale sembra poco saggio. Lo spazio è sempre più affollato. Ci sono oltre 20.000 oggetti con orbite nel catalogo pubblico ufficiale gestito dall’Aeronautica statunitense. Meno del 10% di questi oggetti sono satelliti attivi – il resto sono satelliti morti, vecchi corpi di razzi e parti di veicoli spaziali. ”

Barentine, infatti è un esperto in materia: direttore della conservazione per l’International Dark-Sky Association a Tucson, in Arizona, e membro del comitato dell’American Astronomical Society sull’inquinamento luminoso, l’interferenza radio e i detriti spaziali, dice che “questi cartelloni spaziali potrebbero qualificarsi sia come inquinamento luminoso che come detriti spaziali e potrebbero persino disturbare i segnali radio”.

Ma, contro i criticismi, stavolta parla Alexey Skorupsky, un altro membro del team StartRocket, che ha respinto tutte queste critiche chiamando in causa una compagnia neozelandese che, nel 2018, lanciò una sfera da discoteca in orbita visibile solo per pochi minuti alla volta: una mossa che infastidì gli scienziati.

Insomma, se poche settimane fa ci stavamo meravigliando di come il digital signage stia dominando la nuova era advertising, ecco che oggi piomba una notizia – di questo calibro – a ciel sereno, quasi come se fosse uscita da un romanzo di Philip K. Dick. E così, è proprio il caso di dirlo, non si starà di certo a “rimirar le stelle”.

Vlog: l’altra faccia di YouTube

Posted by / 13 Febbraio 2019 / Categories: Internet & New Media, Social Media, Youtube / 0 Comments

Dimmi come blogghi, e ti dirò chi sei: infatti, c’è blog e… vlog. O videoblog. O vidblog.
Quando alle parole non basta più una sola forma d’espressione, ecco che queste si uniscono al video per creare rubriche e storie, racconti, informazioni e – ovviamente – tutorial.
Un sistema di comunicazione, quello del Vlog, davvero popolare tra i giovanissimi, che il più delle volte coincide con il termine YouTuber e che rappresenta una corsa verso l’oro, in realtà, a basso costo, dal momento che per diventare vlogger bastano davvero pochi strumenti: uno smartphone, un account YouTube e buone idee (oltre a un programma di editing video per dare quel tocco giocoso e movimentato che caratterizza i contenuti di questa piattaforma).

Vlogger o YouTuber? Analisi di una definizione

Possiamo definire i Vlogger come una sorta di blogger che, anziché aggiornare – appunto – un blog, scelgono di condividere i loro contenuti sul canale YouTube. Già, perché YouTube è decisamente in grado di veicolare popolarità non solo fra gli utenti, ma anche tra le aziende, ghiotti e potenziali sponsor e ambassador: decisamente un valido motivo per cui preferire questo canale anziché altri.
Non solo: nella definizione del fenomeno vlogger possiamo poi utilizzare una discriminante “estera”: il termine YouTuber descrive per lo più i vlogger italiani, con un’utenza super-young e contenuti giocosi, non troppo raffinati, mentre il termine vlog ha un respiro più internazionale.

E, per rendere ancora più nebulosa la situazione, alcuni famosi YouTubers – soprattutto all’estero – gestiscono canali separati. Perché la domanda sorge spontanea: quanto guadagna un Vlogger, specie se possiede più properties? Ce lo svela il quotidiano “La Stampa” , secondo cui i vlog più remunerativi sono quelli canadesi e statunitensi, dove l’introito medio totale è tra i 5 e gli 8 milioni di dollari totali: una cifra da capogiro! Ma anche in Italia non si scherza.

I Vlogger più famosi al mondo

Si parla di – realmente – non solo di milioni di dollari, ma anche di milioni di followers: in Italia i vlogger più famosi sono gli ormai storici Favij, Clio MakeUp – approdata ufficialmente alla TV -, fino ai “newly born” Sofia Viscardi, Greta Menchi e IPantellas, idoli dei giovanissimi, con un introito medio tra i 25 e 150 mila euro mensili! Le tematiche? Fumetti, makeup, gaming e comicità. Ne abbiamo parlato anche in questo nostro articolo dedicato, più strettamente, agli YouTubers.

Ma cosa succede sull’isola (più) felice dei paesi anglosassoni? Bene, le star dei canali YouTube sono certamente due: iniziamo da Roman AtwoodVlogs, con un vlog che parla, molto semplicemente, della sua vita, ma in maniera epica. Roman ha iniziato il suo percorso producendo video comici, attirando così ben 10 milioni di utenti e raggiungendo l’ambito reward del 50° canale più sottoscritto su YouTube: Roman, infatti, può essere orgoglioso di essere il secondo YouTuber ad aver ricevuto ben due Diamond Play Button e ad aver vinto la categoria YouTube Comedian degli Shorty Awards nel 2016.
Successivamente, troviamo Daniel Howell, iniziando come “Danisnotonfire”, vlog poi ribattezzato – semplicemente – Daniel Howell, oltre a un canale laterale, vero e proprio side project, chiamato “Danisnotinteresting”, dove il blogger carica video bonus che completano i contenuti del canale principale.

Un vero e proprio mondo da scoprire, quindi, quello dei vlog, fatto di contenuti giovani e giovanissimi, autentico del Belpaese, tra strategie video remunerative e con un’esperienza di oltre 10 anni per l’estero, per una popolarità che va ben oltre i famosi 15 minuti di Andy Wahrol.

Un brand diventa portatore di messaggi positivi: il caso Gillette

Posted by / 4 Febbraio 2019 / Categories: Advertising, Campagne Marketing / 0 Comments

Gillette è, probabilmente, uno di quei brand che pensiamo essere “standard” nella comunicazione: payoff immutato negli anni, target solido, ben preciso, comunicazione un po’ old school e tanto televisiva ma, comunque, efficace.
E, invece, ecco che la situazione in campo si rovescia, all’improvviso: il brand, infatti, ha preso una posizione culturale e sociale che ha smosso le folle.

Proprio mentre il 2018 era agli sgoccioli, Gillette ha lanciato una nuova campagna video, dedicata al movimento americano #MeToo, attivo nel monitorare e contrastare ogni discriminazione sessuale.
Un video lungo, oltre il minuto e mezzo, ricchissimo di immagini ed evocazioni, il cui messaggio desidera spingere gli uomini a reagire – per esempio – davanti a situazioni violente e inappropriate che compongono un mosaico di comportamenti definito “toxic masculinity”.

Non stupisce, quindi, che il video abbia ricevuto intense critiche sui social media: una voce dal coro, forse la più forte, è quella di una nutrita schiera di uomini che chiedono di boicottare il marchio P&G, a cui Gillette appartiene, lamentando una “demascolinizzazione” del brand.

Lo spot che ha fatto il giro del mondo:

Il video è intitolato “We Believe: the Best Men Can Be” ed è diventato immediatamente virale contando oltre 4 milioni di visualizzazioni su YouTube in 48 ore, tra generose lodi e critiche rabbiose: la nuova campagna pubblicitaria della compagnia gioca sul trentennale slogan Gillette “the best a man can get”, stravolgendolo con un gioco di parole e trasformandolo in un “the best the men can be”. Da “avere”, a “essere”.

Il tutto comincia con uno zapping, un tuffo nel passato, di vecchie ADV di brand dove l’uomo è al centro del suo mondo. Un videowall sfondato – all’improvviso – da ragazzini che si inseguono. E, ben presto, tutto cambia, tutto diventa attivo, in una call to action – è proprio il caso di dirlo – che non si risolve in una semplice frase, ma che si compone di scene, di frammenti, dove protagonisti sono uomini che intervengono per fermare le lotte tra ragazzi e richiamare al rispetto altri uomini che molestano verbalmente donne per la strada. Fino al climax finale.

L’annuncio è stato diretto da Kim Gehrig, videomaker dell’agenzia Somesuche, con sede nel Regno Unito. E proprio Gehrig sembra essere un habitué della provocazione, visto che anche la curiosa campagna”Viva La Vulva” del brand svedese di prodotti per l’igiene intima Libresse, porta la sua firma.

La querelle:

In poche ore, la pagina YouTube dello spot è diventata un vero e proprio campo di battaglia culturale. Non solo: la diatriba si è poi trasferita su Twitter, dove personaggi più o meno famosi degli USA – tra il consigliere di Trump e la nipote di Martin Luther King – hanno espresso il loro giudizio partendo dallo spot, e schierandosi così a favore, o contro, una battaglia.

Quando i brand divulgano messaggi positivi:

Non è più sufficiente per i brand vendere, semplicemente, un prodotto: i clienti, infatti, chiedono sempre più spesso valori. Perché mai come oggi il potere dei brand di influenzare la cultura, tra social e advertising, è stato sdoganato: meglio, dunque, diventare portatori di messaggi positivi. E Gillette lo ha fatto, stravolgendo l’immaginario-target di uomini forti, sicuri, perfetti, in una visione più profonda e avanguardista, con un “semplice” spot che si appella agli uomini di oggi e a quelli di domani.

Living Coral: il nuovo Pantone 2019 è pronto a sorprenderci

Posted by / 30 Gennaio 2019 / Categories: Creatività, Internet & New Media / 0 Comments

A volte passa un po’ in sordina, ma per i grafici e i designer si tratta di un appuntamento fisso quanto atteso: il nuovo colore Pantone è tra noi! Contraddistinto dal numero 16-1546, e ribattezzato “Living Coral”, è già stato protagonista indiscusso anche del Time, che gli ha dedicato questo video.

Living Coral: l’allegria salverà il mondo

Living Coral è una tonalità corallo brillante: anche se – a primo acchito – può sembrare un semplice rosa, ecco che il brand Pantone vira descrivendolo come “un arancio vivido e animato, con sfumature dorate.” Un’altra contrastante sorpresa, quindi, da parte del brand istituzione del colore, che sorprende di nuovo, con le sue cartelle, passando dal “fu” Ultra Violet – una tonalità viola intenso – a un tono delicato e dal sentore primaverile. Non sentite anche voi questo profumo di fiori?

Ne vogliamo sapere di più? Sì!

Il nostro team mondiale di esperti di colore combina i trend e la ricerca sulle influenze di un dato colore“, ha dichiarato Laurie Pressman, presidente del Pantone Color Institute. “L’ispirazione proviene dall’industria dell’intrattenimento, dei film in produzione, dalle raccolte d’arte itineranti e dai nuovi artisti, passando per la moda e le aree del design, le destinazioni di viaggio popolari, così come i nuovi stili di vita, i giochi e le condizioni socio-economiche, passando anche dalle nuove tecnologie, dai materiali, fino alle piattaforme di social media rilevanti e persino eventi sportivi imminenti che catturano l’attenzione mondiale”.

Ed ecco perché Pantone definisce Living Coral come “un colore dalla spensierata felicità”: il brand, infatti, nel comunicato stampa di lancio, sostiene che la nuance “simboleggi il nostro innato bisogno di ottimismo” – un po’ come a voler influenzare il mood della quotidianità mondiale che, effettivamente, ha molto bisogno di positività.

Sì, perché “il colore migliora e influenza il modo in cui viviamo la vita“, come sostiene la Pressman. “[…]e lo fa attraverso un duplice ruolo, energizzante e vivido. Pantone 16-1546 Living Coral rafforza il modo in cui i colori possono incarnare la nostra esperienza collettiva, riflettendo ciò che sta avvenendo nella nostra cultura globale“.

Living coral: chi ne ha già fatto un must?

Per festeggiare la nuova nuance, Pantone ha collaborato con Tribute Portfolio, un nuovo marchio di hotel indipendenti della catena Marriott, creando un’installazione – che negli USA definiscono come pop-up -: la “Pantone Pantry Tribute Portfolio” presso l’Art Basel Miami.
L’installazione, inaugurata lo scorso 6 dicembre, ripropone una “tradizionale esperienza alberghiera”, presentando superfici e proposte di marketing esperienziale tutte tonalizzate sul nuovo Living Coral, attraverso una copia del banco di accoglienza e di una camera d’albergo. Dopo la conclusione di Art Basel Miami, l’installazione viaggerà a Savannah, in Georgia, e a Rotterdam nei Paesi Bassi (e qui, in fatto di Hotel, sanno come sbizzarrirsi).

Pantone ha inoltre collaborato con Material ConneXion, consulente per l’innovazione dei materiali globali, nonché con Adobe Stock, per far arrivare il Living Coral sulle scrivanie e sui laptop di creativi e designer, curando un insieme di materiali coordinati destinato all’uso creativo per i clienti di Adobe Stock.
Un’altra occasione per dire bye-bye al grigiore aziendale, attraverso una tinta vivace e primaverile, positiva e piena di buone vibrazioni, in grado di influenzare il nostro modo di sentire. Come applicare, dunque, Living Coral alla tua immagine coordinata? Proviamoci insieme! Scrivici qui :)

Digital signage: ovvero, dialogare smart

Posted by / 24 Gennaio 2019 / Categories: Advertising, Internet & New Media / 0 Comments

 

Avete presente Piccadilly Circus, o Times Square? Tra gli skyline, si distinguono nettamente – da anni – serie e serie di maxi-advertising su videowall. E oggi, nel 2019, potremmo dire che la storia non è cambiata, ma si è semplicemente evoluta. E si fa chiamare “Digital signage”: un nuovo linguaggio che abbraccia le città – sempre più smart – e i suoi luoghi, nel pieno dell’era digitale.

Digital signage: di cosa stiamo parlando?

“Digital signage” significa dialogare e comunicare attraverso un display: una forma mentis, concreta (e figurativamente verbale) ormai tipica delle città in cui viviamo, sempre più “smart”.
Il digital signage si costituisce, infatti, di segnali video su schermi di diversi formati e dimensioni, che popolano stazioni, negozi, aeroporti, e moltissimi altri luoghi, anche i più impensabili, lanciando messaggi differenziati.
Filmati, effetti cromatici cangianti, grafica on screen e call to action al servizio del video led sono una vera e propria risorsa che consente di programmare accuratissimi planning, con veri e propri palinsesti basati su dati insight relativi a orari, necessità delle varie stagioni e dei messaggi commerciali (saldi, festività, fino al flusso dei visitatori, soprattutto per stazioni e aeroporti): esperienze customizzabili la cui richiesta, si stima, crescerà di oltre 9 punti percentuale nei prossimi tre anni. E non è difficile comprenderne il perché.

I dati:

Ce ne parla “Industria Italiana”, in un focus di qualche settimana fa, che riporta dati numerici davvero mirabolanti su quello che è il mercato del digital signage: “[…] basti pensare che le previsioni di vendita per il 2020 sono di 4,4 milioni di unità. […] Le aree geografiche che evidenziano la crescita più sostenuta sono l’America Latina e l’Asia Pacifico. Se gli schermi più venduti sono quelli con una risoluzione 1920×1080, la crescita maggiore anno su anno viene registrata dalle vendite di unità display con risoluzione 3840×2160, aumentate di 4 volte. In termini di dimensioni la crescita maggiore è stata invece evidenziata da display a 32 e 43 pollici.

Il caso Samsung:

Samsung, in fatto di Digital Signage, è la prima corporate in classifica: la multinazionale coreana, infatti, ha uno sharing del 39%, seguita da Lg, Goodview e Nec, nettamente distaccati. E proprio Samsung è il brand che ha creato i supporti su cui scorrono i segnali di “The Wall”, nel nuovo aeroporto di Instanbul: una delle più grandi strutture digital signage al mondo – inaugurata lo scorso dicembre – per una superficie di oltre 1000 metri tra schermi LCD e Led, ricca non solo in informazioni di viaggio, ma anche intrattenimento, informazione e advertising, 24 ore su 24, 7 giorni su 7, grazie a semplici funzioni di programmazione che fanno sembrare la cartellonistica un antesignano metodo di diffusione delle informazioni.

Il futuro è già qui!

Ma cosa rende il digital signage “smart signage”? Infatti, un altro passaggio sta per compiersi, in questa inarrestabile evoluzione della comunicazione contemporanea: la cartellonistica digitale è, a tutti gli effetti, device multitasking per comunicazioni di ogni sorta. Ed è proprio per la sua definizione, tra dimensioni differenti, messaggi, grafiche e video, che diviene smart: un sistema a servizio di ogni creatività e di ogni differente tipologia di idea, soprattutto in fatto di advertising, che mette a disposizione del mondo della comunicazione possibilità di adattarsi a qualsiasi necessità, spazio, formato, dove l’interazione e l’effetto “wow” sono sempre garantiti, in una perfetta unione di media, informatica, grafica, video e copywriting.

Siks Adv - Grafica & Comunicazione - Genova