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Quella sagoma che ha fatto la storia: un’ADV semplice come un caffè

Posted by / 28 Novembre 2018 / Categories: Advertising, Campagne Marketing / 0 Comments

Il caffè: cosa rappresenta per gli italiani? Forse sarebbe meglio dire “quanto” rappresenta. Talmente tanto da essere divenuto un elemento di espressione idiomatica per invitare qualcuno ad aprirsi, per confrontarsi, per parlare: nella frase “andiamo a prenderci un caffè” sono racchiuse davvero tante sfumature della condivisione e del dialogo.
Ma sarebbe stato così se il caffè non avesse avuto un nome e… un volto (in passo-uno)? Non vogliamo essere eccessivamente misteriosi: stiamo parlando proprio del rapporto tra Lavazza e l’advertising di Armando Testa – un rapporto continuativo, per quasi 50 anni – che ha generato qualcosa di indimenticabile.

Quella sagoma che ha fatto la storia

“Paulista” non è un solo prodotto, ma nome, un personaggio: un cono bianco, con sombrero, occhi spalancati e grandi baffi che ha preso per mano generazioni di italiani accompagnandoli nella stringa pubblicitaria quotidiana, poco prima di coricarsi (decisamente strano per un caffè!).
E il Caballero Misterioso è il personaggio che ha accompagnato il principio della storia advertising del marchio torinese: infatti, se Emilio Lavazza ha lanciato il suo caffè nel 1955, nel 1958 ecco che aveva già incontrato il genio di Testa e del suo personaggio. Un qualcosa di semplice, a primo acchito, ma che così non è stato. Proprio come ha raccontato Armando Testa, in questo intervento:

“In Carosello, durante il minuto di spettacolo, non era permesso alcun riferimento pubblicitario. Paulista, ormai immediatamente riconoscibile come marchio del caffè Lavazza, non poteva quindi essere il protagonista delle nostre storie.
Dovetti studiare a lungo per creare un altro personaggio, il Caballero Misterioso, un semplice cono di gesso bianco, con un ampio cappello ed un cinturone con la pistola che, solo alla fine, rivelava la sua vera identità trasformandosi in Paulista.
Al Caballero affiancai una compagna, Carmencita, uguale nelle proporzioni, ma con lunghe trecce nere. Entrambi erano senza braccia e senza gambe, avevano il sorriso disegnato; il Caballero poteva solo muovere il cappello e la pistola, mentre Carmencita agitava le trecce. Avrebbe funzionato? Non lo sapevamo…

La programmazione

Ma la TV non è stata la prima vita di Caballero: la sua prima apparizione è avvenuta – a braccetto con lo slogan “amigos, che profumo“ – sui barattoli del medesimo caffè, nelle affissioni pubblicitarie tra giornali e città italiane. Vestito di poncho, il caffè Paulista è poi sbarcato su Carosello nei primissimi anni ‘60: un periodo in cui la pubblicità era meno diretta, forse più subliminale, ma garbata, dovendo entrare nelle case di italiani. Si trattava, quindi, di farsi ricordare raccontando una storia, in soli 2’30’’. E in bianco e nero per giunta. Correva l’anno 1964 quando Emilio Lavazza e Armando Testa partono per questa avventura, affiancando a Caballero Carmencita, in un “amore a prima vista”.

Una storia d’amore, questa, che va avanti tra rime e piccoli payoff finali, senza nessun richiamo al caffè o al prodotto in sé se non nella striscia finale – modus operandi già diffuso all’epoca, se pensiamo al famoso “Ava come lava” – fino al 1977, quando la crisi economica e gli anni di piombo trasformano gli italiani: la necessità, ora, è uscire dagli schemi fantastici proponendo volti reali, familiari. Primo fra tutti l’indimenticabile Nino Manfredi, e il suo “più lo mandi giù e più ti tira su”. Ma questa è un’altra storia.

Può quindi l’ADV essere una cosa semplice, e indimenticabile, come un cono bianco con sombrero e baffi, come un caffè? Certo che può, tanto da fare la storia della pubblicità e della quotidianità di milioni di persone!

Facebook e Instagram: gli Insights che migliorano la comunicazione

Posted by / 19 Novembre 2018 / Categories: Facebook, Instagram, Social Media / 0 Comments

I social network, con il corso degli anni, sono diventati tra i più efficaci strumenti comunicativi per la promozione di brand, prodotti e personalità. E, appunto, proprio per l’importanza che questi veri e propri sistemi di push hanno assunto nel tempo, sono stati creati strumenti di misurazione delle performances facili e alla portata di tutti che svelano – come la cartina di tornasole – l’effetto che contenuti, post, immagini e video hanno sul pubblico; così come il pubblico interagisca con essi, con la finalità è quella di creare strategie circolari di comunicazione.

Ma come funzionano? Vediamolo insieme!

Facebook: Audience Insights

Usare gli Audience insights: che sia una programmazione a livello advertising, oppure una pagina che ancora si alimenta di una crescita organica, i dati insight e audience insight – basati quindi sulle persone che interagiscono con le nostre pagine – sono essenziali.
E lo sono perché permettono di ottenere informazioni aggregate su ben tre tipologie di persone: quelle connesse alla tua pagina, con il famoso like, le persone presenti nel tuo pubblico personalizzato e le persone in generale su Facebook. Grazie infatti a questa suddivisione puoi creare contenuti interessanti, trovando un numero maggiore di persone in target a quelle che fanno già parte della tua audience.

Luci puntate, poi, sui dati demografici, che si suddividono per età e genere, livello di istruzione, titoli professionali, situazione sentimentale, lavoro, interessi e hobby delle persone.
Non solo però: anche le azioni vengono indicate. E, con azioni, si intendono informazioni di terzi sui prodotti relativi alle persone: un dato fondamentale per comprendere necessità e interessi potenziali ad acquisti, così come gli stili di vita e le celebrazioni: Audience Insights, infatti, combina i dati sulla situazione sentimentale, le dimensioni della famiglia, il luogo – di lavoro e di vita – fino al compleanno!
Per saperne di più, Facebook ha pubblicato la guida completa – e ufficiale – a  questo link!

Instagram

Anche Instagram utilizza una carrellata di strumenti di insight davvero ampie e variegate: perché anche su questo social, property Facebook da ormai tre anni,  la crescita dell’engagement è strettamente correlata proprio all’analisi dei dati.
Facebook Insights è uno strumento introdotto nel 2016 e nato con l’obiettivo di aiutare i profili aziendali a saperne di più sull’engagement dei contenuti. E, proprio come accade per il fratello maggiore Facebook, gli Instagram Insight ci dicono di più più circa le abitudini di follower e target, facendo il punto su quali possano essere poi i contenuti migliori da proporre per il target del brand.

La funzione Instagram Insight, però, non è disponibile per i singoli profili, ma viene messa a disposizione solo per profili aziendali. Non solo: è necessario il collegamento con una pagina Facebook. Un beneficio, questo, che permette però di incrociare i dati dei singoli social e creare sponsorizzazioni intersecate.

Con Instagram Insight puoi fare un check su impression (il numero totale delle visualizzazioni); sulla copertura (il numero totale di visualizzazioni); il numero degli accessi unici fatti da chi ha visualizzato i tuoi post e stories, fino alle performance dei singoli contenuti.

E… le storie?

Entrambi i social danno la possibilità di creare le storie (contenuti temporanei visibili per 24 ore e che attingono a foto e video delle 24 ore precedenti, personalizzabili): come possiamo però visualizzare le performances delle stories?
Quindi, oltre a impression e copertura, le storie prevedono anche i seguenti parametri:

  • Forward: chi ha proseguito nel guardare la storia.
  • Back: “indietro”, il numero di tocchi nelle parti precedenti della storia; risposte e interazioni, fino alle uscite.
  • Risposte: il numero di risposte a questa foto o questo video nella tua storia.

Con questa piccola guida introduttiva, abbiamo voluto darti gli strumenti – essenziali – per misurare le revenue della tua presenza aziendale e di brand sui social network che danno maggiore risalto alle attività, ai prodotti e ai messaggi che si desiderano lanciare.

Fellini e la pubblicità: fuori dagli schemi, dentro al mondo dei sogni

Posted by / 14 Novembre 2018 / Categories: Advertising, Campagne Marketing, Creatività / 0 Comments

Atmosfere sognanti, musiche accennate, rumori di sottofondo e, in un caso particolare, volti conosciuti del grande schermo e della TV: così, Federico Fellini ha fatto della pubblicità una piccola parentesi nel suo grande amore verso l’arte visiva e la pellicola. E lo ha fatto soprattutto attraverso un immaginario particolareggiato, che si discosta molto da quello “solito” dell’advertising video.

Infatti, il leitmotiv degli spot felliniani è dettato dal non concentrarsi minimamente né sul target a cui è diretta la campagna, né su quelli che sono i codici comunicativi più diffusi – tra copy accattivanti, payoff e media planning per il broadcasting -. Per Barilla, Campari e Banca d’Italia, Federico Fellini ha usato la sua più fervida immaginazione, donando al grande pubblico un’ultima impressione su quello che “era il suo” cinema: infatti, proprio gli spot televisivi sono stati tra le ultime attività del regista riminese.

Fellini per Barilla

Un menù ristorante articolato, quasi fantascientifico, pronunciato da uno zelante maître di sala. Ma, la signora protagonista, uscita dritta dritta dall’immaginario femminile del maestro riminese, si rivolge a loro – e al suo amato commensale –  risponde “Rigatoni”. Ovviamente, Barilla. E con tanto di “r” moscia.
Nasce così il primo spot firmato Fellini per il brand più noto al mondo di produzione di pasta, ormai multinazionale: correva l’anno 1984, e il titolo era “Alta società”, per uno spot così ordito di echi cari al cinema e che ben si accostano al prodotto pubblicizzato, a pochi anni di distanza dall’avvento del payoff più mainstream “dove c’è Barilla c’è casa”.

Fellini per Campari

Fortunato Depero, Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello sono stati – oltre che grandi nomi della pubblicità italiana, legati alla grafica delle affissioni nel consueto stile mélo – i co-autori di questo spot del 1984, affiancando Federico Fellini nella realizzazione della réclame televisiva di uno degli aperitivi storici del nostro paese.
La trama: una ragazza annoiata continua a cambiare, con un telecomando, ciò che vede dal finestrino del treno durante il viaggio. Ed è il magico viaggiatore seduto di fronte a lei, quasi come un genio della lampada, a presentarle differenti scenari. La viaggiatrice deciderà di soffermarsi su Piazza dei Miracoli di Pisa, dove la celeberrima bottiglia rossa appare davanti al Battistero. E la conclusione, nel payoff: “Campari: più di un capolavoro, un miracolo.”

Non solo food and drink: il trittico per la Banca di Roma

Una serie di tre spot, molto oscuri e decisamente criptici nel significato, che rappresentano anche una delle ultime azioni artistiche di Fellini, e dove il protagonista è il genovese Paolo Villaggio. Prendiamo, per esempio, il primo spot trasmesso, in ordine cronologico, che è anche il più fantasioso e sereno del trittico: un’evocazione del cinema muto e, al tempo stesso, un incubo. Ritroviamo qui anche un paradigma dell’immaginario di Fellini: una bellissima ragazza bionda – Anna Falchi – come la Ekberg di “La Dolce Vita”, che tortura il povero protagonista, mettendone a repentaglio la vita.
Ma solo alla fine, si scoprirà che il protagonista, Villaggio, è in seduta analitica, e confessa a uno psicologo le sue più grandi paure, sotto forma di sogno: il dottore, quindi, gli consiglia di rivolgersi alla Banca, la quale non eroga solo servizi finanziari. Infatti, prima di ogni altra cosa, dona tranquillità.

Spot e comunicazione riuscita? Forse no. Infatti, gli spot diretti da Fellini non sono rimasti nell’immaginario comune dello spot. Basti pensare che Barilla ha decretato il suo successo mediatico e delle sue campagne di comunicazione anni dopo il lavoro del Maestro. Ma, come sappiamo, il mondo dell’advertising è fatto di anche evocazione, magia, orizzonti altri: e, sicuramente, Fellini ha saputo dipingerli, pur riducendo all’essenziale i codici e gli strumenti comunicativi più canonici del mondo pubblicitario.

Food: un cambiamento delle necessità, visto con gli occhi dell’ADV

Posted by / 5 Novembre 2018 / Categories: Advertising, Campagne Marketing, Creatività / 0 Comments

Il cibo è l’eccellenza made in Italy, e la sua comunicazione gioca una parte fondamentale nel suo successo, nella sua diffusione, nel suo essere dipinto come non più una necessità, ma un desiderio. E proprio per questa sua efficacia, il piglio dell’advertising a tema food è profondamente cambiato negli anni, plasmandosi ai gusti, ai cambiamenti e ai consumi.
Se oggi il cibo è quasi scomparso dalla TV, negli anni ‘60 e ‘70, con il famoso Carosello, i prodotti delle aziende alimentari italiane sono stati i veri protagonisti, soggetti ultra-raffigurati, della pubblicità: perché l’advertising e il cibo sono sempre andati a braccetto, in un lungo percorso che è arrivato fino a noi, oggi. Partiamo insieme per questo viaggio!

ADV… Vintage

Il linguaggio più vintage si rifà al periodo precedente l’avvento della televisione: campagne prettamente figurative e stampate, che ci parlano di Cynar, Plasmon, Buitoni, Motta. Una giostra di prodotti in un immaginario cartellonistico, grafico, la combinazione perfetta tra lettering e disegno. Un timido accenno di payoff, come il notorio “Contro il logorio della vita moderna”, che oggi ci strappa un sorriso, mentre riguardiamo – probabilmente- una qualsiasi di queste affissioni in un locale contemporaneo. Siamo oltre ciò che in gergo si chiama “ricordo pubblicitario” o “ad recall”!

E, tutto questo, fino all’avvento del Carosello, dove ciò che veniva evidenziato, nelle epoche più lontane rispetto a noi, erano le caratteristiche proprie di ogni bene presentato: senza troppi fronzoli, con jingle minimali e volti famosi dai modi garbati. La leva veniva posta sul gusto, sulle proprietà nutritive e, con un primo accenno, sulla celebrità del brand promotore.

I bisogni che cambiano, con gli anni ‘80

Il gattino Barilla, il Mulino Bianco, gli anni ‘80 e l’abbondanza sulle tavole che si è manifestata anche grazie alla pubblicità. Il connubio televisione-cibo ha trovato così il legame perfetto, attiguo, con gli anni ‘60, in un’evoluzione di réclame: “Ambrogio”, “Io non ho mai provato Hurrà”, “Silenzio, parla Agnesi” e tanti altri tormentoni hanno avuto, da un punto di vista prettamente di marketing, il compito di evidenziare bontà, unicità e tante altre caratteristiche – quasi mai legate alle necessità alimentari – di questi prodotti, tra i primi accenni di storytelling, proprio come la campagna pubblicitaria Barilla dove protagonisti sono una bambina, un gattino e una mamma preoccupata, per un plot che è rimasto soggetto del brand fino alla metà degli anni ‘90, con la sinfonia firmata da Piovani e dove il prodotto racconta una storia quotidiana, associandosi a ciò che è “focolare”, grazie  all’intramontabile payoff “Dove c’è Barilla c’è casa” e che appare solo tra gli ultimi fotogrammi, tuffandosi nella pentola dell’acqua bollente.

E così è stato anche per la signora in giallo dei Ferrero Rocher, che si concede un piccolo grande lusso, che “non è fame, ma è più voglia di qualcosa di buono”. Battute che rimangono scolpite nella mente degli italiani perché, a tutti gli effetti, evocano, ricalcano le migliori forme di copywriting, arrivando dritte nei carrelli della spesa.

Il presente

Oggi, proprio come negli anni ‘80, l’advertising food italiano viene trattato con brevi clip dove persone reali parlano dei loro desideri, dei loro bisogni. E dove, sempre più spesso, spogliandosi di questo retaggio anni ‘90, sono i cibi stessi a parlare per soddisfare i bisogni. Ne è un esempio Grancereale Mulino Bianco, o per Crema di Yogurt Müller: perché la pubblicità, oggi, racconta necessità che diventano una storia. Certo, i payoff sono sempre meno memorabili, ma la qualità dell’immagine – particolareggiata, pop, vivida – rendono ogni prodotto speciale per l’ad audience, che ritrova in uno spot una reale esperienza. Un po’ come la storia del Cornetto, di cui abbiamo parlato durante questa caldissima estate 2018 che sembra quasi non voler finire.

Halloween: le migliori ADV per un brivido made in USA

Posted by / 31 Ottobre 2018 / Categories: Advertising, Campagne Marketing, Creatività / 0 Comments

Cosa succede oltreoceano, per quanto riguarda la connessione tra mondo advertising e Halloween? Se in Italia, infatti, radio, TV, Facebook e campagne stampa ritraggono per lo più dolci e costumi per i più piccini, il trend risulta notevolmente diverso per quanto riguarda i paesi anglosassoni, patria di questa festa da incubo.

E così, animati dalla curiosità, abbiamo voluto fare una piccola ricerca in merito: eccovi, quindi, una carrellata, tra TV e YouTube, degli spot e video Halloween più belli, a nostro avviso, degli ultimi 10 anni. E, che amiate o no questa nuova ondata culturale, siamo sicuri che apprezzerete questo spettacolo da brivido! A chi andrà il premio alla maschera più spaventosa?

Il re degli snack d’oltreoceano: Sneakers e Halloween

Snickers ha creato una Halloween sensation totale con il terrificante spot “Grocery Store Lady”. Un personaggio davvero inquietante, quello della signora con bambino minuscolo al seguito, che ha tenuto incollati davanti a monitor e TV una quantità incredibile di spettatori: l’annuncio ha infatti superato le 2 milioni di visualizzazioni su YouTube. Cosa non si farebbe per il proprio snack preferito!

Booking.com: non solo dolcetti

Halloween, negli USA, non è esattamente il momento più popolare per viaggiare: generalmente, questa festa viene celebrata tra le mura di casa, e tra le strade del proprio quartiere. Ma Booking.com è riuscito a pensare a un modo per cambiare questa credenza: e, con questo spot raccapricciante, dal sapore “Blair witch project”, gli hotel infestati diventano una redemption niente male. Il brand, infatti, dedica lo spot a coloro che, in realtà, vorrebbero tanto un fantasma che gli sussurra all’orecchio durante la loro notte in una struttura fin troppo leisure.

Kmart: la catena di supermercati propone un “Halloween Challenge”

Questo video è stato definito negli USA come uno dei più cool della storia delle ADV a tema Halloween, proprio perché non ha necessariamente bisogno di far urlare di terrore gli spettatori per essere memorabile: Kmart ha infatti compreso come utilizzare la festa più attesa nel paese per battere un record mondiale, grazie al testimonial – il ballerino ultra noto negli Stati Uniti Monternez Rezell – e al maggior numero di cambi costume nell’arco di otto ore e in un unico annuncio.

Nike: corri e salva la tua vita!

Nike trova un equilibrio perfetto, attraverso questo spot, tra terrore e brand advertising. Il suo messaggio? Beh, certamente punta tutto sull’ineffabile: non puoi mai sapere quando Freddy Krueger potrebbe decidere di attaccarti nei boschi, ma tutto filerà liscio se indosserai le tue Nike.

E così, anche Halloween, come ogni festa che si rispetti, rappresenta per i brand mondiali più disparati l’occasione giusta per regalare alla propria audience la miglior esperienza di divertimento e di brivido, impattando così sul percepito dei propri prodotti. E noi, anche se non siamo anglosassoni, ci godiamo lo spettacolo – davvero memorabile – con voi!

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