Lo storytelling ha un impatto altissimo non solo nella comunicazione più diffusa, comune e quotidiana, tra landing page, siti web e advertising su carta stampata: da diverso tempo, infatti, questa ormai disciplina per eccellenza del mondo comunicativo sta raggiungendo risultati insperati anche tra le istituzioni e nel sociale. Sì, proprio quel “sociale” che finisce con “e”.

Perché lo storytelling non nasce con il web, ma è un patrimonio che l’uomo porta con sé dall’alba dei tempi. E oggi, nel nostro blog, vorremmo raccontarvi la storia dello storytelling sociale e di GLAAD. Partiamo!

Un momento: ma cosa fa lo storytelling sociale?

Di storytelling sociale ne parla ampiamente la Rockfeller Foundation, – fondazione americana filantropica che si occupa del raggiungimento dei diritti umani fondamentali – in particolare attraverso la figura del digital director Jay Geneske: dal favorire la connessione emotiva tra chi parla e chi ascolta, usando un linguaggio proprio ma riconoscibile, “sdoganando” anche terminologie ancora poco note, o neologismi, per riflettere su temi caldi, poco dibattuti o ostici.
Solo così, infatti, possono così superare processi complessi di comprensione e di accettazione.

Il caso GLAAD

Ai più, questo nome non dirà nulla. Ma GLAAD è l’acronimo di Gay & Lesbian Alliance Against Defamation (ovvero: “Alleanza gay e lesbica contro la diffamazione”), ed è un’associazione che dal lontano 1990 monitora cinema, televisione, advertising e tutto ciò che ha a che vedere con i media non solo americani, ma internazionali, combattendo ogni tipo di rappresentazione distorta delle persone GLBT.

E, da una decina di anni a questa parte, GLAAD è un movimento estremamente attivo anche nel web, non solo attraverso questo continuo monitoraggio del sentiment e delle issue relative al tema dei diritti gay, ma fornendo anche una chiave di lettura fatta di storie quotidiane che raccontano attività, battaglie  e principi saldi su cui si muovono.
Perché “GLAAD” – come si legge sul loro sito web – “riscrive lo script per l’accettazione LGBT e, come dinamica forza mediatica, GLAAD affronta questioni difficili per modellare la narrativa e provocare un dialogo che porta al cambiamento culturale.”
Insomma, dialogo, script, forza mediatica. Storie vere, raccontate dalla prima persona, collaborazione e creazione condivisa con utenti e pubblico, raccontando storie a “un passo da noi” di grande normalità, eppure spesso incomprese.

Questo è il messaggio-storytelling di GLAAD, diffuso attraverso diverse properties, come un sito web che offre contenuti, opportunità di connessione e opportunità di attivazione, come riporta proprio l’articolo su digital e social storytelling della Rockfeller Institution, e una moltitudine di strumenti, tra cui il blog, aggiornato quotidianamente, per trasmettere messaggi chiari, identificabili, comprensibili che, in questo caso, non hanno un pubblico definito, ma che cercano di arrivare alla collettività nella sua interezza, per individuare, poi, obiettivi sotto-specifici.
Il tutto servendosi non solo degli strumenti web – la loro pagina Facebook è un continuo aggiornamento e raggiungimento di risultati importanti a livello comunicativo e, quindi, umano – ma anche di eventi, come i Glaad Media Awards, che si terranno proprio il 28 marzo prossimo.

Il linguaggio di GLAAD che ci racconta una storia

Glaad, da ormai oltre 30 anni, porta avanti l’importante azione di “shaping the media“, sensibilizzando il mondo “against defamation”, e lo fa raccontandosi, soprattutto attraverso un vocabolario specifico fatto di Media Institute, Engagement, Entertainment Media e, per l’appunto, Stories: le storie di chi vive la propria omosessualità in zone difficili, come nel sud degli USA, e le storie di ciascuno, condivisibili attraverso la piattaforma “Share your story”.

Immedesimarsi, raccontare, analizzare: grazie allo storytelling è davvero facile. E così, può diventare ancora più semplice abbattere i muri di pregiudizi e le barriere dell’intelligibilità semplicemente raccontando una storia semplice, dando voce e immagine a una parte di società non sempre così visibile.